"Io ti amo e ti amerò sempre"

Conoscete i Carpacho, vero?
Ne avevo già scritto qui.
Quelli de “La fuga dei cervelli“, insomma!
Disco bellissimo.
Ma per questioni che non sto qui a spiegarvi (un riassunto rapidissimo: servizio civile, 2002, chat di rockit, roma centro del mondo, amici meravigliosi) io sono sempre stato legato maggiormente a “Funeral Buffet“, un disco pieno zeppo di capolavori.
Tappo di champagne e Autostrade, solo per citarne un paio.

Da oggi anche voi potrete canticchiare “Il tuo unico dramma esistenziale è che sei banale”, “Dimmi solo la strada per tornare a un anno fa”, “Se ridi non pensi al dolore, e se balli, ti prego, balla solo per me”.
Più Catani per tutti!
Più Carpacho per tutti!

Scaricate e diffondete!!!!
E’ giusto che la gente sappia.

CARPACHO – Funeral Buffet

Non è un paese per vecchi?

Beh, il mio lo è abbastanza.
Basta dare un’occhiata al weekend appena trascorso per rendersene conto.

Venerdì sera: esco per fare un giro in bici.
Trust Us in cuffia. Giusto il tempo di ascoltare Vortex Surfer (sì ok, sto in fissa con sto pezzo) e me ne torno a casa per vedere la fine della partita dell’Italia. Bella sfiga, oh. Ma sticazzi. Quindi decido di guardare un film. Zack And Miri Make A Porno. Lo masterizzo su un cdrw e me lo guardo in tv. Peccato che, evidentemente, il disco abbia qualche problema. E infatti il film a metà si inchioda. Segno del destino. Devo mettermi a dormire. Sono le 23. Crollo. Mi risveglio undici ore dopo.

Sabato sera: non avendo di meglio da fare (la morosa è al mare, il nipotino è al mare, e non ho la voglia e la forza di prendere l’auto per andare da qualsiasi parte) decido di andare avanti con Dollhouse. Guardo sei puntate di fila. Per un totale di cinque ore di visione. Cinque ore di commenti e bestemmie che hanno per oggetto le protagoniste, con l’amore del sottoscritto equamente diviso tra la dottoressa, la vicina, Echo, Sierra e pure la capa british. Allo scoccare della quinta ora di Dollhouse svengo. Poi di colpo mi ripiglio e inizio ad ascoltare un infinità di canzoni sull’ipod. Roba grossa, eh. Muzzle, Runaway Train, Don’t Haunt This Place, Birds Encouraged Him. Bei momenti, fino a quando non mi addormento ascoltando “In the aeroplane over the sea”, pensando che when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud, I’ll be laughing with everyone I see. Sono circa le quattro. Mi sveglio sette ore dopo. In coma. Pranzo e subito dopo finisco Dollhouse. Consiglio a tutti.

Forse non è un paese per vecchi, ma sicuramente è stato un weekend da vecchi.
Ah, ovviamente stamattina, invece che essere bello riposato, sono pieno di dolori.
E pensare che non ho neanche trentadue anni…

VORTEX SURFER

And if she said so
That would change it all
If she said so
I would cushion her fall
And if it felt right,
She’d let me know the plan
Take my hand
And explain to me so i could understand
Why she said so

If she said so
It would be too much like death
If she said so
I would eat her breath
If she said so
I’d know all the lies
But i’d wipe out white
And never even ask the reason why
She said so

And never end
Go back to start
And never say
When i fall apart
And never stoop
To complain
About the pain

Il giorno degli esami: il compito di matematica

Anno 1996, ancora.
Liceo Scientifico Girolamo Fracastoro di Verona, ancora.
Arrivo davanti a scuola.
E mi accorgo di aver dimenticato a casa il manabile.
Panico.
Dubbio amletico: corro in cartoleria a ricomprarlo o me ne sbatto, perchè il destino ha voluto che lo dimenticassi a casa?
Me ne sbatto.
Anche perchè sono un rabbino.
Fortunatamente ho bigliettini infilati ovunque.
Nei calzini. Nelle mutande. Nella maglietta. In tasca. Nelle maniche. Ovunque.
E sono abbastanza tranquillo, perchè durante la prova d’italiano i professori non hanno mai rotto il cazzo, non c’hanno mai controllato, potevamo parlare e fare il cazzo che volevamo. Non che la cosa mi sia servita, essendo io l’unico stronzo in aula ad aver fatto il tema su matematica e poesia, ma tant’è.
Purtroppo lo scenario ora è ben diverso.
Siamo sempre in aula.
Metà 5°B (la mia classe) assieme a metà 5°F (l’altra classe. non sono sicurissimo che fosse la sezione F, ma sticazzi) in una stanza, e le altre due metà nell’altra stanza.
In una delle due stanze la sorveglianza è gestita direttamente dalla Gestapo, mentre nell’altra tutto liscio e tranquillo come il giorno prima.
Ovviamente in quale stanza finisco? Gestapo.
Non mi perdo d’animo.
Inizio a leggere i tre esercizi e subito mi rendo conto che le ripetizioni seguite durante l’anno scolastico (strano andare a ripetizione pur avendo una media tra il 7 e l’8, eh? Beh, avevo quella media proprio grazie alle ripetizioni, perchè la mia profe di matematica era the worst ever!) sono state utilissime.
Svolgo il primo quesito in mezz’ora.
Il secondo in un’oretta (o viceversa), e poi sul terzo… il panico!
So benissimo che per risolverlo c’è una formula particolare.
O ricordi quella formula o muori.
E io non la ricordo.
Ma ricordo perfettamente dove ho messo il bigliettino giusto: nel calzino destro.
Purtroppo il fatto di avere la Gestapo in aula mi impedisce ogni mossa.
Valuto anche la soluzione più semplice: andare in bagno, controllare il bigliettino, memorizzare la formula, tornare in aula, risolvere l’ultimo quesito, fine.
Ma non posso.
Per una questione di principio stupidissima.
In cinque anni non ho MAI messo piede nei cessi del mio liceo.
Pazzesco, lo so. Non so nemmeno come siano fatti. Mai visti, giuro.
Andarci durante la maturità mi sembra una sconfitta.
Decido di darmi un limite di tre ore. Se entro tre ore non riesco a guardare quel cazzo di bigliettino andrò al cesso.
Dopo due ore e tre quarti noto un momento di distrazione tra i prof che girano in continuazione per l’aula. Mi chino, estraggo il bigliettino. Sono agitato. Ascelle pezzate. Butto un occhio veloce alla formula. Breve ma bella tosta. La memorizzo. La applico al quesito. Ho finito per sempre con i compiti in classe.
Consegno il compito.
Compito che mi frutterà un onesto otto e mezzo. Ancora non capisco per quale motivo non m’abbiano dato nove. Ma sticazzi.

E ancora ignoro come siano fatti i cessi del mio liceo.
E soprattutto non ricordo cosa cazzo ho fatto nelle due ore e quarantacinque minuti intercorse tra la conclusione del secondo esercizio e la stesura del terzo. Probabilmente ho continuato a cancellare e riscrivere cose, giusto per far vedere che avevo qualcosa da fare.

(qui la prima parte della mia maturità)

Il giorno degli esami: il tema

Maturità 1996.
Liceo Scientifico Girolamo Fracastoro.
Verona.
Tutti agitatissimi.
Tutti senza cellulare.
Pensiamo di finire in corridoio, in palestra, davanti all’aula magna, da qualche parte.
Ma non in aula.
E infatti finiamo in aula.
Con il nuovo zingarelli e sinonimi&contrari sotto mano.
In aula c’è qualche componente della commissione (tutta esterna) e la nostra unica professoressa (l’insegnante di italiano che, vi giuro, si chiamava -e credo si chiami ancora- Italia Sega!).
Ci vengono consegnati i quattro titoli.
Uno su Cesare Pavese.
Uno sui Promessi Sposi.
Uno sulla Rivoluzione Industriale.
Uno sul rapporto tra matematica e poesia.
Ovviamente, non avendo io nulla da dire su Pavese, non avendo noi affrontato i Promessi Sposi in quinta liceo (forse unica classe in Italia?), e non ricordando nulla sulla Rivoluzione Industriale, scelgo il cosidetto tema libero: matematica e poesia.
Più che altro perchè posso permettermi di scrivere mille stronzate senza senso.
E le scrivo.
Ne scrivo talmente tante che, una volta giunto all’orale, la commissione mi presenta il tema, con un bel 5 stampato sopra ma con una nota che diceva più o meno “chiedere informazioni al pezzente al momento dell’orale”.
Praticamente m’hanno dato 5 non perchè avessi scritto male, o avessi scritto cazzate, ma perchè avevo fatto un ragionamento talmente complicato che non l’avevano capito.
E quindi all’orale mi fanno “potrebbe leggere le parti sottolineate (praticamente tutto il tema…) e spiegarcele?”.
In quel tema non c’era nulla di sensato. O gran poco.
L’avevo scelto perchè era l’unica scelta fattibile. L’abbiamo fatto solo io e un altro tizio, nella mia commissione (composta da due classi).
Ma ero lì, davanti a tutti i professori, a venti minuti dalla fine ufficiale della mia vita liceale, e avevo un’unica possibilità di fare bella figura.
Quindi ho letto, ho spiegato il mio ragionamento, e devo averlo spiegato davvero bene, visto che la conclusione è stata “aaaaahhhhhhnnnn!!!! beh, bene allora!”.
6/7

A domani, con il racconto della prova di matematica.

A voi la parola ora!