Foto e un po’ di magia

Nel mio ultimo post sullo Zenfone vi racconterò un paio di cose veloci: la fotocamera e l’interfaccia Zenmotion.

Sulla telecamera potrei dirvi mille cose tecniche (i megapixel, l’apertura del diaframma, le varie impostazioni predefinite, la modalità low light, etcetc), ma trovate tutto nel sito Zenfone.
La cosa che voglio fare è molto più semplice: mostrarvi qualche foto!

 

Tra le varie opzioni a disposizione c’è anche la possibilità di realizzare delle gif semplicemente tenendo schiacciato il pulsante di scatto (questa è gigante, quindi ci metterà un pochino a caricarsi):
Ah, c’è pure la possibilità di farsi più magri in viso e con gli occhi giganteschi, o addirittura con la pelle più bella. Il risultato, nel mio caso, è terrificante:
Molto meglio (ma neanche troppo) se mi faccio un normalissimo selfie.
Ma veniamo un po’ all’interfaccia utente. C’è una cosa in particolare che amo moltissimo e che uso sempre: la possibilità di accendere il telefono dando due colpetti sullo schermo (e la possibilità di spegnerlo facendo altrettanto). Può sembrare una stronzata, ma (vista anche la posizione del tasto d’accensione, in alto) per me è molto più comodo così.

Altra cosa simpatica:  le gesture. Disegnando determinate lettere sullo schermo spento è possibile far partire una determinata app. Ad esempio, disegnando la lettera “C” si potrà accedere subito alla fotocamera, disegna la “W” si entrerà nel browser, etcetc. C’è pure il modo di assegnare una determinata lettera a una determinata app, nel caso le impostazioni di default non fossero di vostro gradimento.

La mia gesture preferita è sicuramente quella per accedere a Telegram.
L’interfaccia Zen Ui permette inoltre una personalizzazione quasi totale del telefono, anche dal punto di vista estetico. Si può addirittura cambiare il modo in cui le icone scorrono da una pagina all’altra: a ventaglio? A libro? A fisarmonica? Esplodendo? Teletrasportandosi?
Ma, stringi stringi, la cosa che amo di più di questo telefono è sempre la batteria.

I Goonies. Una storia d’amore.

Alcuni aneddoti che raccontano bene il mio amore per questo film, a 30 anni dall’uscita:

1- Il vhs su cui abbiamo registrato la prima tv dei Goonies aveva tutte le pubblicità e avevo imparato non solo il punto preciso in cui c’era la pubblicità, ma anche che pubblicità fosse;

2- Io e mio fratello avevamo un quaderno in cui scrivevamo la data di ogni visione del film. L’ultima volta che ho controllato (fine anni ‘90) eravamo a quota 72;

3- Una volta l’abbiamo guardato quattro volte in un giorno;

4- Un’altra volta l’abbiamo guardato senza audio, doppiandolo tutto dall’inizio alla fine, parola per parola, senza sbagliare praticamente nulla, compresa la parte in spagnolo:

5- Nel 1999 ho iniziato a lavorare in Arena. Sapevo poco o nulla dell’opera lirica. Al mio esordio areniano come venditore di libretti c’era la Madama Butterfly. A un certo punto, prima della pausa, stavo seguendo l’opera e si son messi a cantare “Bimba dagli occhi pieni di malia” e io ho quasi urlato “CAZZO, I GOONIES!!!”, venendo zittito da decine di spettatori;

6- Una delle gag preferite durante i tour con i Canadians (e durante le prove con i Canadians, le cene con i Canadians, qualsiasi cosa con i Canadians) è quella di rifare tutte le scene con Sloth, imitando le voci di tutti i personaggi coinvolti. Io e il Chri sappiamo fare alla perfezione qualsiasi verso di Sloth, sappiamo dire “Cioccolata” come lo dice lui, io ho una laurea e due master nell’imitare Sloth che dice “Ruth! Ruth! Baby Ruth!”, sappiamo a memoria la canzoncina del ramo che si spezza e della culla che cade e, soprattutto, sappiamo rifare alla perfezione il suo “Culla! Cullaaaa!”:

7- E niente, film della vita, senza se e senza ma.

PS: se vi interessa, qui c’è la sceneggiatura originale.

Budapest e la finale di Freshhh

Ecco l’ultima parte della mia collaborazione al concorso Freshhh.
Vi ho già raccontato di cosa si trattasse, ma mi mancava la finalissima a Budapest.

Tornare nella capitale magiara dopo quasi 25 anni m’ha così emozionato da rendermi conto solo in taxi (sul tragitto aeroporto di Budapest – hotel) che in Ungheria l’euro non è ancora arrivato.
Ma andiamo al sodo: l’hotel è sulle rive del Danubio, di fronte al Parlamento e vicinissimo al famoso Ponte delle Catene.

Arrivo alle 11, lascio i bagagli e subito c’è un taxi pronto per portarmi al ristorante, dove dovrei conoscere i partecipanti al concorso, gli organizzatori e gli altri blogger. Fallisco quasi in tutto, non rivolgendo la parola a nessuno, troppo impegnato a scegliere tra il menù 1, il menù 2 e il menù 3. 
Alla fine scelgo il menu 1, giusto in tempo per andare a visitare la location che, il giorno successivo, ospiterà l’evento: un posto fighissimo chiamato Akvàrium, dove a fine mese suoneranno anche gli Einstürzende Neubauten. Una persona di Mol Group ci mostra la sala in cui si svolgerà la finale e spiega ai partecipanti le regole del “gioco”. Io mi ritrovo per caso al tavolo col team ungherese e decido che tiferò per loro. Contestualmente a questa decisione pronuncio anche le prime parole delle ultime tre ore oltre a “Menù number 1”, avvisando la squadra ungherese che il giorno dopo avrà il mio tifo. Loro ricambiano chiedendomi chi io sia e da dove venga. “Sono un blogger italiano”. Uno dei tre mi chiede “Da dove vieni?” in un italiano migliore del mio. 
“Verona” 
“Nice!”
Poi i 5 team (uno ungherese, uno sloveno, uno croato, uno cecoslovacco e uno russo) restano lì a fare ad “allenarsi” e noi blogger (in realtà non ho individuato nessun blogger, ma tanta gente che potrebbe essere un blogger o uno di mol group o un amico di qualche team) siamo liberi di fare i turisti fino a cena.
Il mio “fare il turista” si riduce al passare (per caso) davanti alla basilica di Santo Stefano, attraversare il ponte delle Catene, fare qualche foto al Palazzo Reale, al Danubio, al Parlamento, rientrare in hotel, aprire il pc e lavorare sul calendario editoriale di un paio di clienti, perché ho una certa età e non mi va di strafare.
Finalmente a cena inizio a parlare con gli sconosciuti che occupano il mio stesso hotel e che verranno nel mio stesso ristorante. Il primo a rivolgermi la parola è Talal, un blogger pakistano altissimo. Poi è il turno di Branislava e Jovana, una fashion blogger e una fotografa, entrambe serbe e, per concludere, Perry e Lisa dal Regno Unito. Non la faccio troppo lunga su questi cinque personaggi, ma vi basti sapere che ora abbiamo un gruppo chiuso su Facebook in cui ci teniamo in contatto quotidianamente, ci vogliamo molto bene e stiamo già pianificando di rivederci al più presto.
Abbiamo passato tutta la serata a bere e a parlare di film e telefilm. Siamo tutti abbastanza d’accordo su True Detective, e abbiamo convinto Talal a guardare Oldboy. 
Ma veniamo alla finale, il motivo per cui tutti e sei ci troviamo a Budapest.
I cinque team arrivano all’Akvarium, eleganti e preparatissimi, fanno la loro presentazione sul palco davanti a davvero tantissima gente (oltre che davanti a tutti i manager della MOL, che riempiranno di domande -e avranno utilissime risposte- i 15 studenti) e tutti restiamo colpiti dal team cecoslovacco (sì, cecoslovacco, non è un errore), per la prontezza delle risposte, per la capacità di tenere già il palco alla perfezione e pure per l’inglese senza la minima sbavatura (lo stesso non si può dire del team russo, dove l’inglese in pratica lo sapeva bene solo una persona).
Non scendo troppo nel tecnico, ma lo scopo del concorso era preparare una strategia di lancio di una nuova compagnia petrolifera, sviluppando il progetto da zero, tenendo conto dell’importanza del posizionamento dei pozzi così come quello delle raffinerie, intrecciando anche relazioni il più fruttuose possibili con i concorrenti (gli altri team). Ogni team, seguito da un tutor di MOL, dopo aver fatto la propria presentazione, ha partecipato alla simulazione vera e propria che, vista da fuori, sembrava una gigantesca partita a Risiko, con tanto di posizionamento dei pozzi sulla mappa, oltre che svariati fogli pieni di conti abbastanza indecifrabili per il sottoscritto ma che, alla fine, hanno sentenziato quanto previsto da quasi tutti: il team cecoslovacco s’è portato a casa la meritatissima vittoria (al secondo posto invece il team ungherese per cui tifavo).
La cosa più impressionante è stata vedere questi studenti (tutti davvero molto giovani) “combattere” in maniera così seria per un traguardo davvero importante. La frase che ho sentito (e pronunciato) più spesso, guardando il team cecoslovacco al lavoro, è stata “oh, sembra che questi facciano sto lavoro da tutta la vita”. E questo m’ha fatto ripensare un po’ alla mia vita di studente universitario, abbandonata a se stessa per anni e poi, una volta ripresa in mano per il rotto della cuffia, mollata definitivamente per andare in giro a suonare!. Non me ne pento neanche un po’ ma, col senno di poi, chissà cos’avrei fatto se avessi davvero conseguito quella laurea in ingegneria delle telecomunicazioni. Probabilmente qualcosa di noioso. Forse qualcosa di molto bello.
Tanto di cappello a Mol Group per aver organizzato questa iniziativa alla perfezione sotto ogni punto di vista, e chissà che l’anno prossimo non possa esserci anche un team italiano tra i finalisti, così saprei più facilmente per chi tifare (sperando di essere nuovamente invitato, e sperando soprattutto di ritrovare Talal, Lisa, Perry, Branislava e Jovana!).
Ora devo tornare a Budapest e fare quella roba del turista.
Foto bonus: in aeroporto ho trovato il team vincitore, “Just ask Siri”.