Ho pianto abbastanza

(Questa cosa l’ho scritta il 16 gennaio e l’ho inviata agli iscritti alla mia newsletter. Ora l’ho riletta e ho pensato di postarla anche qui)

Lunedì ci siamo svegliati tutti con la notizia della morte di David Bowie.
Io l’ho scoperto grazie a un messaggio di mio fratello su Telegram.
Due parole: “Morto Bowie!”.
Ero sveglio forse da sei secondi, non capivo bene. Come cazzo è possibile che sia morto Bowie? Il video nuovo è uscito pochi giorni fa, idem il disco. Dai, impossibile. Inizio a guardare ovunque, a cercare notizie. Nei commenti alla notizia ufficiale si parla di bufala, su twitter si spera sia una bufala. Arriva il tweet del figlio. Tutto vero. David Bowie è morto.
La prima persona a cui l’ho detto è stata la Vale. Era in doccia.
“Cazzo Vale, è morto David Bowie”
Non ricordo la sua risposta, perché ero troppo occupato ad affrontare questa cosa: la morte di un personaggio ben più che famoso. David Bowie era ed è oltre il concetto di famoso. Non so spiegarlo meglio di così, ma son certo abbiate capito bene.
Ci son rimasto molto male, perché Bowie c’è sempre stato e ora non c’è più.
Ma ci sono rimasto male anche perché, pur considerandolo appunto al di fuori del concetto di famoso, non sono mai stato un grande esperto di ciò che Bowie ha realizzato.
Certo, conosco e ho sentito più volte le canzoni più famose, ma non ho mai voluto approfondire.
E devo confessare che quelle “canzoni più famose” erano proprio una manciata, forse meno.
Se devo trovare un motivo per questo mio rifiuto nei confronti di un artista così, credo che da ragazzino Bowie mi facesse un po’ paura. Forse in qualche film mi ha spaventato. Forse in qualche foto. Forse erano gli occhi diversi. Forse lo sguardo. Non so. Però non ho mai approfondito: è sempre stato lì, in quel posto che sapevo esistesse, ma che non ho mai osato esplorare.
Lunedì però qualcosa è cambiato: ho iniziato a leggere tantissime cose favolose, ho visto la Vale piangere più volte in questa settimana, ho pensato ad amiche e amici che amavano Bowie più di quasi qualsiasi altra cosa.
E io invece conoscevo una manciata di canzoni. Quelle che conosciamo tutti. Ma poi mi son reso conto che tutti ne conoscono mille altre, e io no.
Da lunedì ho ascoltato solo David Bowie.
Non riesco a smettere.
Ovviamente ho iniziato nel modo più facile e sicuro: con le canzoni più famose.
Una raccolta di una quarantina di brani, credo.
C’è stato un momento preciso, in questa settimana, in cui mi son reso conto che ho sbagliato per tutti questi anni.
Giovedì.
Torno a casa in motorino con Bowie in cuffia. Nel tragitto ufficio-casa riesco ad ascoltare più o meno Space Oddity, The Man Who Sold The World, Changes, Oh You Pretty Things, Life on Mars?, Starman, Ziggy Stardust, Moonage Daydream. Sì, non lavoro proprio dietro l’angolo.
Insomma, ascolto ‘ste canzoni come nei giorni precedenti, continuando a immaginarmi il viso di Bowie, le mille immagini che ho in mente (perché l’ho visto miliardi di volte in vita mia, come tutti), e lui che sorride. Esattamente come nell’esibizione di Starman al Top of the Pops. Con quello sguardo che ti distrugge, ti conquista, ti fa innamorare (ho letto su wikipedia che quell’esibizione al TotP “è stata citata come fonte d’ispirazione da un’intera generazione d’artisti”). Penso che, insomma, non ha senso che io non abbia mai voluto approfondire la sua produzione.
Cristo, ha le melodie perfette!
Per me la musica bella è tutta lì: nelle melodie perfette.
Ritornelli che ti inchiodano, strofe talmente belle che potrebbero essere i ritornelli di altre canzoni.
Cosa cazzo ho fatto in questi 38 anni invece di ascoltare Bowie?
Le canzoni intanto si susseguono e, durante l’ascolto di Starman (ero più o meno in circonvallazione all’altezza di De Angeli), mi ritrovo al semaforo in lacrime. Ma non con gli occhi lucidi perché è morto Bowie ed è una cosa triste.
No: piango di brutto, e più passano i secondi e più piango, arrivo in via Forze Armate che sto praticamente singhiozzando.
Perché sono canzoni bellissime. Bellissime. Perfette.
Perché, ad esempio, mi sono innamorato del ritornello di Changes.
Prima di questa settimana ricordo di averla sentita solo una volta (escludendo eventuali ascolti distratti di eventuali passaggi radiofonici in questi decenni). Ero in auto col mio amico Livio, nello stereo un cd di Bowie (anche lì una raccolta), parte sto pezzo e gli dico “Chi cazzo è?” “Bowie” “Ah” (pensando “Ma è bellissima!”)
Ha quel ritornello come piacciono a me. Non capisco molto di musica dal punto di vista tecnico (la Vale ha provato per due anni a spiegarmi la differenza tra 3/4 e 6/8, ora mi ha vietato di tirare fuori ancora l’argomento), quindi li chiamo “i ritornelli che vanno in giù”. Probabilmente la Vale saprebbe dirlo meglio. Però dai: partono da una nota e scendono, scendono, scendono. Li amo. Quando una canzone ha un ritornello così impazzisco.
Poi ok: Starman la conoscevo già. Ma non l’ho mai ascoltata così ossessivamente.
Anche adesso la sto ascoltando, forse per la terza volta di fila.
Mi spiace tantissimo non aver ascoltato Bowie con la dovuta attenzione negli anni scorsi, ma la sua morte mi ha colpito in un modo talmente forte che son giorni che non penso ad altro.
Mai era successo che la morte di qualcuno portasse la gente a produrre cose così belle come quelle che ho letto questa settimana. Una settimana che ricordo anche per alcune immagini precise: la Vale a letto che ascolta Bowie mentre io guardo The Good Wife. Mi giro a guardarla e sta versando litri di lacrime.
Giulia che ha scritto la cosa più bella che sia stata scritta (e l’ha scritta pochi giorni prima che morisse).
Tantissime cose: tutte belle.
Mi son sentito sommerso di bellezza. Una sensazione stupenda e malinconica.
Ho fatto intere giornate con gli occhi lucidi.
Però quel pianto in motorino mi ha fatto capire che mi dispiace davvero tantissimo.

E poi non capisco perché, da piccolo, mi facesse paura: era bellissimo.
Basta. Adesso è ora di piangere.

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